Una casetta fra le vigne, coinquilini invadenti e un grande leccio.

Qualche tempo fa, avevamo affittato una colonica a Buonconvento, ai piedi di Montalcino.

Una casa malridotta ma situata in una posizione unica: accanto al Castello Altesi, in mezzo a vigne, roseti, carciofaie e campi di grano. L’interno non era altrettanto pittoresco, un salone con un camino gigantesco, una cucina con un mettitutto da vintage victim, tante camere da letto con il soffitto imbarcato e pericolante. Ma ci si stava alla grande. Una notte il tetto della mia camera crollò proprio sopra il mio letto ma quel weekend eravamo rimasti a Firenze. Da fervente agnostica ringraziai sentitamente il dio dei Colpi di Culo che mi ha assistito spesso nella mia non breve vita e spero continui a farlo.

Nostri coinquilini erano i toporagnI (o topiragno, non lo so) creaturine morbide e deliziose ma altamente invadenti, qualche timido scorpione, svariate tipologie di aracnidi. In inverno si mangiava intorno al camino (unica fonte di calore, freddo boia), ai primi tepori, sotto l’ombra di un leccio gigante. Per i rifornimenti di vino, a pochi passi c’era la fattoria Altesino e più avanti quella di Banfi con splendide bottiglie di Rosso di Montalcino DOC che aspettavano solo noi.

Brunello, wine test e criticoni

E’ In questa zona mitica della Val d’Orcia che solo Goethe saprebbe descrivere (e quindi io ci rinuncio) che ho disegnato la mia collana Brunello. Ho realizzato il prototipo, una libera rivisitazione del famoso frutto, per un Wine Test di Brunello di Montalcino DOCG, su gentile richiesta dell’organizzatrice dell’evento. Mentre le signore sommelier erano incantate dalla collana della signora ospitante e mi chiedevano varie informazioni, i signori sommelier mi facevano notare che gli acini del Brunello in realtà sono più rotondi. Ma saranno rompipalle i maschi quando ci si mettono?

 

Con elegante aplomb ho spiegato ai criticoni che se loro si intendevano di vini, io mi intendevo di gioielli e che i chicchi ovaleggianti rendono più snelli ed armoniosi i grappoli da indossare. L’estetica diatriba si è stoppata perché stava per iniziare la Degustazione, quel rito esoterico in cui il silenzio è d’obbligo e ogni distrazione è blasfema.

Degustazione di vini da meditazione: solutidine, silenzio e tanta scenografia

Semplificando al massimo, ho sempre pensato alla meditazione come ad una cosa complicata. Nel silenzio, piano, piano, la mente si isola dal caos del mondo, smette di dipanarsi in mille pensieri e si pacifica concentrandosi su un unico punto. Fantastico! Almeno credo che sia così. I miei contatti con la meditazione sono stati molto brevi: una lezione di yoga che mi ha reso isterica e col torcicollo, mezza lezione di Mindfulness che ho abbandonato dopo un’ora. Indiscutibilmente colpa mia. Nel degustare il vino da meditazione (termine coniato dal grande enoanarchico Luigi Veronelli) il silenzio è d’obbligo.

Siamo di fronte a qualcosa di unico e ogni distrazione diventa un sacrilegio. L’uomo o la donna sono soli di fronte al sacro Graal. E’ vietato ogni profumo, anche quello del lucido da scarpe. Si deve esser sani e senza raffreddore e (ovviamente) non fumare. E’ preferibile che le pareti siano bianche. Il calice non troppo pieno, impugnato per lo stelo o la base, da ruotare lentamente. Se il vino scivola in fretta, è un vino leggero. Se lascia volute (archetti) lente a scendere, è un vino corposo. Poi si annusa il bouquet, ci si può sbizzarrire con nomi e aggettivi vari e si beve. Falso allarme. Il primo sorso si trattiene in bocca con strani versacci, il secondo, finalmente si può inghiottire.

Di tanto in tanto, ci appunta qualcosa su un blocchetto. Mammamia che stress! Ma vi immaginate se Bacco, Arianna e amici vari avessero dovuto fare tutte queste manfrine prima di bere? Niente Trionfi da celebrare. Baccanali e orge sarebbero diventati roba da orsoline. Nessuno avrebbe più suonato, danzato, fatto all’amore. Sarebbe stato un mondo ben triste.

Ultime disgressioni di un’enoanarchica ignorante

Come si è già intuito, mi piacciono i buoni vini ma non sono un’esperta. Credo che il vino sia cultura e condivisione. Per me bere è un atto sociale, un rito edonistico e coinvolgente da celebrare con gli amici o almeno con un amico (meglio). Vi ricordate il vecchio detto “Chi non beve in compagnia, o è un ladro o è una spia”? Ecco, il concetto è questo. Mi piace il “plop” musicale del tappo che salta, il vino che verso nel bicchiere senza problema di archetti e volute. Mi piace assaporarlo e dire al mio ospite: “Cavolo, questo è un vino da urlo” e vedere i suoi occhi che iniziano a brillare. Per me? Per l’ottimo vino? Vedremo come si evolverà la serata. Viva Bacco e viva Arianna.

Ci sentiamo martedì